Come vestirsi: quanto è cambiato l’abbigliamento sportivo

Mia sorella mi ha mandato delle foto di una vecchia palestra a Hot Spring National Park, in Arkansas (sì, la patria di Bill Clinton). Hot Spring era “The American Spa”, la Baden Baden degli americani, che l’avevano costruita imitandone lo stile. Ora a parte la cosa buffa che una volta una nostra amica americana ci ha detto, a me e mia sorella, certo che voi europei siete fissati con le terme, e noi gli abbiamo detto ma no, ma cosa dici, e poi ci siamo accorte che dovunque andassimo finivamo per andare alle terme, l’altra cosa buffa è che a Hot Spring si può visitare una palestra old stye, pericolosamente simile alle palestre della nostra gioventù. E in effetti se siamo qui a ricordare la nostra gioventù vuol dire che quella gioventù appartiene al passato, passato che sta cominciando a diventare remoto.

Facevamo ginnastica, a scuola. Non sport, ginnastica. Alle ragazze piaceva poco, l’insegnante era vestita normale, noi portavamo le “argentine” che erano le antenate delle felpe, e le Superga. Perché no, le Nike non sono sempre esistite. Io poi facevo atletica e avevo conquistato a fatica una tuta rossa della Adidas e delle scarpe Adidas, molto simili alle Gazelle, immaginatevi l’assorbimento. Avevo le scarpette chiodate per correre in pista. Ma correvo con dei calzoncini e una maglietta di cotone.

Per non parlare dello sci e della montagna. Gli zaini erano di tela, gli scarponi di pelle spessa e ingrassata, i pantaloni di velluto e i maglioni di lana. Molto belli. Ma non stavo mai calda. Quando poi andavo a sciare, con quelle giacche a vento di carta velina e scivolose, quei maglioni sedicenti impermeabili, veramente non riuscivo a scaldarmi mai. C’era un certo chic, in quell’abbigliamento, e infatti molti dei designer di cose sportive periodicamente vanno negli archivi a ripescare i disegni dei pullover, le fogge delle giacche, i dettagli di pelliccia.

E ora ci sono questi materiali tecnici sempre più leggeri, impermeabili e traspiranti, che riparano dal vento ma non fanno sudare troppo. È abbastanza meraviglioso, quello che gli umani possono inventare di buono. Certo, non dimentico le conseguenze e il fatto che la maggior parte di questi materiali deve essere riciclata, ma di aziende di articoli sportivi che hanno adottato un’economia circolare ce ne sono ormai parecchie. Soprattutto quelle di montagna, perché lì i danni all’ambiente si vedono subito e in maniera macroscopica.

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E insomma non ci vestivamo alla marinara ma ci vestivamo con quel che c’era, e di certo ora a nessuno di noi giovani dentro e non più fuori verrebbe da lamentarsi! Abbiamo patito dei gran freddi e dei gran caldi (mi ricordo sempre di un mio zio, lo zio Antonio, che sudava sette anzi settemila camicie, e a un certo punto si toglieva la maglietta e l’appendeva su un rametto che si metteva in spalla, per averla asciutta quando arrivavamo in cima!), siamo rimasti intere giornate con i vestiti bagnati, abbiamo camminato con scarponi pesantissimi e durissimi, siamo stati temprati!

Buona giornata!

Anna da Re

 

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