Nonostante ci sia stato uno stop allarmante e quasi un ritorno indietro nel modo istituzionale di affrontare i problemi ambientali, c’è un fiorire di spettacoli e scritti sul tema. Leggevo in ritardo La Lettura del Corriere della sera e ci sono due o tre pagine dedicate a dei libri a tema ambiente. E ieri sera sono stata sulle Apuane a vedere lo spettacolo Allegro Bestiale con Telmo Pievani e la Banda Osiris.
Forse gli spettacoli sono ancora più difficili dei libri. È chiaro che la narrazione, l’ironia, il gioco, la musica sono i modi più efficaci per avvicinare le persone a certi temi, per far scoccare quella scintilla che ci fa riconoscere un problema come reale e presente, e quindi da affrontare. Però non so, forse è la complessità dei temi ambientali, forse è il fatto che si tratta di problemi oggettivamente giganteschi, e la dimensione individuale non è sicuramente adeguata e sufficiente per affrontarli, forse perché comunque fatichiamo a vedere l’impatto complessivo ad esempio del riscaldamento globale, forse per ragioni che non so e non capisco, però non riesco a trovare spettacoli davvero belli e riusciti.


Allegro Bestiale, Viaggio ai confini della biodiversità, è fatto da persone brave. Bravo è Telmo Pievani, che racconta cose molto complicate in modo semplice ma non semplificato o semplicistico. Bravi i quattro della Banda Osiris, pieni di energia nonostante l’età non proprio giovanissima, pieni di inventiva, intenzionati a divertirsi oltre che divertire. Bravi gli organizzatori di Musica sulle Apuane, bravi i tecnici, tutti quelli dietro la macchina che ha fatto funzionare lo spettacolo.

Però non posso dire che fosse un grande spettacolo. C’erano dei momenti morti, dei passaggi poco fluidi, e soprattutto questa sensazione di due realtà, il divulgatore scientifico consapevole dei suoi limiti e un gruppo musicale sensibile ai temi ambientali, che si erano unite per una scelta deliberata ma non di sentimento, un’unione funzionale, sensata sulla carta ma fredda dal punto di vista artistico. E mi è dispiaciuto. Anche se per fortuna il pubblico mi è sembrato contento, anch’io ero contenta ma anche un po’ triste, perché avrei voluto essere presa dall’entusiasmo.

Il luogo era bellissimo e significativo: i profili delle Alpi Apuane con il sole alle spalle e dei colori quasi dolomitici, i boschi fittissimi e poi un cava di marmo, bianca bianchissima, geometrica, totalmente incongrua, che interrompeva brutalmente il verde intenso dei boschi. Una realtà chiusa in se stessa, totalmente scollata da tutto il resto. Una bruttezza offensiva.








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