Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti frustrato e furibondo nel film “Palombella rossa”. Lo sono sempre state e lo sono anche adesso, nel mescolone di lingue e gergo e neologismi e inglesismi dei social, nella fretta che abbiamo sempre.
Le parole indicano le cose e le definiscono, e nel fare questo svalutano o rivalutano, invogliano o allontanano.
Nella nostra ricerca sulla moda e i rifiuti tessili, ma anche nella vita quotidiana, l’usato l’abbiamo chiamato usato. Second hand già suona meglio, ma si capisce che si tratta di usato nobilitato.
Poi qualcuno nei paesi anglosassoni ha cominciato a chiamare l’usato pre-loved. Prima è stato il mondo del lusso, con la vendita online di capi supercostosi che diventavani soltanto costosi e di cui so voleva suggerire che qualcuno li aveva amati prima di noi (e quindi poi potevamo amarli anche noi). Ora a voler cercare il pelo nell’uovo si potrebbe dire ma se li amavano così tanto, questi vestiti, perché mai li danno via? Ma non c’è una risposta logica a questa domanda, come non c’è logica negli acquisti di abbigliamento. Però è vero che preloved o pre-loved ha delle evocazioni molto più interessanti, piacevoli e calde di usato o second hand.
E quindi, che preloved sia!








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