Mi piace, il silenzio. Mi piace lavorare nel silenzio. Leggere in silenzio.
Mi piace essere circondata dal silenzio in montagna, o nei boschi, o anche al mare.
E mi piace conservarlo, il silenzio. Scegliere quando parlare e quando tacere. Decidere se qualcosa vale la pena di essere detto, oppure può restare semplicemente dentro di noi.
Sono anche convinta del valore pubblico, del silenzio. Non mi riferisco ai momenti di silenzio simbolici o commemorativi. Ma piuttosto a quelle situazioni in cui tutti si affannano a parlare, a stabilire la propria presenza con un tono di voce via via più forte. In quei momenti, frenare l’urgenza di intervenire e restare in silenzio porta grandi vantaggi: prima di tutto si ascolta, magari si capisce anche qualcosa, ci si distingue, ci si fa notare. E forse quando poi si parla si riesce a essere ascoltati.
È una pratica, il silenzio, da allenare costantemente. È un pezzetto di libero arbitrio da impiegare con attenzione. È uno spazio dentro di noi. È uno strumento, forse anche un’arma.
Alleniamoci, usiamolo.








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