Sto leggendo un libro molto interessante, Internet non è un posto per femmine, di Silvia Semenzin. Ve ne parlerò presto su Pulp e poi qui.
Come dice il titolo, è uno studio del web che cerca di capire perché negli ultimi 20 anni Internet, nato come spazio di libertà e gestione ugualitaria, si sia trasformato in uno spazio pieno di pregiudizi e di espressioni di odio e risentimento, guidato da un mondo maschile rigido e, diciamolo, parecchio retrogrado.
Cosa c’entra la cura, direte voi.
Mentre leggevo nel libro che le influencer donna sono tantissime ma propongono tutte un’idea, un’ideale di donna impossibile per la maggior parte di noi, alimentando sensi di inadeguatezza e frustrazioni, leggevo anche che la maggior parte degli account femminili si concentra sulla”cura di sé”. Allora mi sono ricordata le magliette di Legambiente che dicono:
LA CURA È LA CURA
Il nostro concetto è che la cura dell’ambiente (di cui facciamo parte ma di cui non siamo il centro) è la cura per il malessere esistenziale che sembra pervadere il nostro tempo. Non che non ci siano problemi enormi. Ma la cura, quando è rivolta non ossessivamente a se stessi ma a se stessi come parte di un universo più grande, la cura offre una prospettiva diversa e quindi anche delle prospettive per il futuro.
È una parola ampia e bella, la cura, che rischia l’abuso nel tritacarne del web. Ma non smetteremo di usarla per questo, no?
E io personalmente avrò cura di continuare a leggere e cercare di conoscere, e raccontarvelo qui. Magari serve anche a voi.
Se vi va commentate!







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