L’arte è una cosa di famiglia? Non lo so. Ma di certo ce l’ha Patrizia Da Re, la mia cugina pittrice. A Padova

Ora preparatevi che questo è un post lungo. D'altra parte, abbiamo avuto una lunga conversazione, io e Patrizia Da Re, la mia cugina pittrice. Così interessante che sono dovuti venire a chiamarci perché il vernissage stava cominciando!
Così prendetevi il vostro tempo, e buona lettura!

Ho incontrato Patrizia Da Re al Caffé Letterario di Lodi.
Detto e scritto così, sembra che siamo due sconosciute, io e Patrizia.
Peccato che abbiamo lo stesso cognome!
E che in effetti siamo cugine. Poi io sono io e lei è una pittrice.
Vive a Padova, ma viene abbastanza spesso a Milano: le sue opere sono spesso esposte alla Passepartout Unconventional Gallery. Inoltre sua figlia vive vicino a Milano. Quindi le scuse per venire da queste parti non le mancano!
Devo ringraziare Facebook per la mia amicizia con Patrizia, e anche Patrizia. Siamo cresciute in città diverse e se da piccole qualche volta ci vedevamo, da grandi ci eravamo proprio perse. Lei invece si è rimessa in contatto con me, e con tale entusiasmo e calore e slancio che ho ceduto subito! E ora sono davvero orgogliosa di essere sua cugina!

E' strano intervistare qualcuno che conosci. Mi ero preparata qualche domanda, ma la conversazione è stata molto più interessante e ricca di un semplice domanda e risposta.

 

E comunque ho cominciato chiedendo a Patrizia quando ha cominciato a disegnare e dipingere.
Patrizia: "Non me lo ricordo. Nel senso che non mi ricordo di non avere disegnato o dipinto. Da bambina disegnavo tantissimo. E poi scrivevo poesie. Ho scritto anche un'opera teatrale, che non mi ricordo ma ricordo di aver messo in scena da regista. Era su un orfano… tema classico dei bambini, no?"

Ma poi hai smesso
"Sì, ho smesso quando sono nati i miei figli. Non perché non avessi abbastanza tempo, nonostante abbia sempre anche insegnato. Ho smesso perché quando dipingo mi immergo in un mondo tutto mio e non mi accorgo di quello che mi succede intorno. Ed ero preoccupata per i bambini, che gli succedesse qualcosa mentre io ero persa nei miei quadri… era un senso di responsabilità nei loro confronti, quello di non dipingere."

Però poi i ragazzi sono cresciuti…
"Infatti. E quando avevano circa 20 anni, li ho riuniti in sala e gli ho detto: Mi dimetto da madre"

E loro cosa ti hanno detto?
"Va bene!"

E allora ti sei messa a studiare
"Già Sono andata a scuola da un pittore, Bruno Gorlato, che ha visto qualcosa in me. Mi ha incoraggiato. E ho lavorato tanto a casa. Una cosa che mi diceva il mio maestro era che avevo il colore nelle dita. Non li ho dovuti studiare, i colori: li sento, li annuso, li respiro, li tocco, li ascolto, li sento parlarmi. Non so cosa sia o perché, ma è qualcosa di strano e familiare al tempo stesso. Quello che ho davvero dovuto imparare invece è la disciplina, perché ho una tendenza a debordare e poi a lasciar lì le cose. Specialmente con le incisioni ho imparato tanto. La precisione, l'ordine, il rigore. Con un'incisione bastai anche solo un piccolo errore, una distrazione, e butti via tutto. Però è un po' una costante del mio lavoro, che ogni tanto mi devo prendere a scudisciate per finire quel che ho cominciato!"

Dicono che le opere d'arte siano come figli propri, che non ci se ne riesce a separare. Come ti senti quando vendi uno dei tuoi quadri?
"Quando un quadro è finito io sono contenta di lasciarlo andare. Penso che lasci spazio per altre ricerche, altre idee o nuovi progetti. Penso che quando un quadro ti piace troppo ed è appeso da qualche parte vicino a te, tendi a riprodurlo. Mentre è sempre meglio cercare di fare qualcosa di nuovo. E poi, ora che ci penso, anche nel caso dei miei figli sono stata contenta quando se ne sono andati per farsi la loro vita!"

So che leggi molto. In che modo i libri o quello che leggi influenzano la tua pittura?
"Mi influenzano tantissimo. Mi danno la sostanza con cui produrre i miei quadri. Se hai delle conoscenze che hai digerito e fatto tue, hai qualcosa con cui alimentare il tuo lavoro e la tua arte. Penso che tutti abbiano bisogno di arricchire la propria vita con delle esperienze che vengono dal mondo esterno e con idee che sono di altri. Non credo in quelli che lavorano da soli, isolati. Non si può esprimere se stessi in continuazione. Inoltre studiando e leggendo si comprendono meglio, e diventano familiari, i miti e i simboli, che sono comuni a tutta l'umanità e che sono capaci di parlare a tutti."

E c'è un libro in particolare che ha ispirato qualche quadro, o che ricorre?
"Il monte analogo di René Daumal. E' un romanzo incompiuto, in realtà, su un viaggio. C'è la preparazione del viaggio, il tentativo di posporre il viaggio apparentemente per delle valide ragioni ma in realtà solo per rimandare. E poi c'è il viaggio, con le soste nei bivacchi dove i viaggiatori precedenti hanno lasciato cibo e cose di prima necessità, che i viaggiatori di ora devono a loro volta lasciare per chi verrà dopo di loro. C'è un senso di continuità, e tutte le metafore della vita, e del significato della vita. Spesso immagino quella montagna, mentre dipingo… comunque tutti i libri danno tantissimi spunti per meditare, è questo che amo dei libri!"

Ho notato che alle volte lavori su dei progetti, altre su quadri singoli. Hai delle preferenze?
"No, in realtà no. Mi piacciono entrambi i modi e li trovo necessari. Un quadro singolo è uno spazio di libertà ed è compiuto in se stesso. Un progetto ti costringe ad andare più in profondità, a sviluppare il tema, e richiede una certa disciplina… per cui è particolarmente buono per me!"

Dicono che gli artisti hanno bisogno di isolarsi, per creare. Però tu hai anche molti scambi con altri artisti, relazioni importanti. Come funzionano queste due cose?
"Ho dei momenti in cui devo stare da sola e dei momenti in cui ho bisogno di un confronto. Come li distinguo? Li sento arrivare e li seguo. Sai cosa diceva Seneca?"
No
"Ducunt volentem fata, nolentem trahunt. Il destino guida coloro che vogliono essere guidati e trascina gli altri. Io non voglio essere trascinata! Veramente preferisco accogliere il destino. Dopo tutto penso che ne sappia più di me… e dovunque mi porti sono sicura che troverò qualcosa di buono!"

Qual è il pittore che ti ha influenzato maggiormente?
"Oh, penso tutti i pittori. Tutte le mostre che vedo e ho visto, tutta l'arte che ho contemplato e posso contemplare. Tutto, tutto è interessante. Tutto ti lascia qualcosa. Sono molto curiosa, guardo tutto e trova ispirazioni dappertutto."
 
E il tuo pittore preferito?
"Piero della Francesca. Tutti gli anni vado a vedere i suoi affreschi e faccio una sorta di pellegrinaggio nei suoi luoghi. Mi ricordo la prima volta che ho vista La Madonna del Parto: sono rimasta senza parlare per due ore. Puoi chiedere conferma ad Arrigo, mio marito, che ai tempi era il mio fidanzato. Avevo 20 anni, più o meno. Ho sentito una profonda connessione spirituale. Non so che cosa fosse esattamente, ma credo fosse quella perfezione però calda, non fredda, per niente. Una sorta di perfezione buddista, direi."

E qual è il quadro che ti piacerebbe avere appeso in casa?
"La Madonna del Parto di Piero della Francesca! Oppure una delle vetrate della Cattedrale di Reims, quelle fatte da Chagall."

Alcuni pensano che il talento sia tutto. Tu hai detto che hai anche lavorato tanto. Qual è secondo te, la percentuale tra talento e lavoro, nell'arte?
"Beh, forse passione sarebbe la parola giusta. Passione più che talento. Perché c'è veramente tanto lavoro, spesso senza gratificazione. Il talento è la passione che ti muove. Tutti gli artisti lavorano tantissimo, anche quelli che dicono ma no, mi siedo lì e mi viene un'idea. Quindi devi avere una scintilla, dentro di te, per sostenere tutto quel lavoro e fatica!"

Ma tu ti senti soddisfatta quando hai finito un quadro?
"Sono contenta quando finisco. Qualche volta sono soddisfatta e qualche volta no. In quei casi lascio il quadro in attesa: alle volte ci rilaverò, altre volte riuso la tela… uno dei miei dealer è contrarissimo al riuso della tela, ma io me ne infischio… E ho una specie di dialogo, con i mie quadri, loro mi parlano e io gli rispondo!"

Lavori ancora come maestra alla scuola elementare. Come si rapportano i bambini, con la pittura e l'arte in genere?
"I bambini sono creativi perché non hanno paura e non hanno sovrastrutture. Se chiedi a un bambino di disegnarti qualcosa, te lo disegna. Se lo chiedi a un adulto ti dirà che non sa disegnare, che non l'ha mai fatto ecc. E i bambini capiscono i simboli perché i simboli sono l'essenza delle cose e dei concetti. Sono curiosi, e anche di fronte a un quadro astratto colgono quello che c'è."

C'è stato qualcuno che ha cercato di scoraggiarti?
"Eh, mia madre"

E qualcuno che ti ha incoraggiato?
"Il mio maestro. Mio marito Arrigo. I miei figli. Molta gente, in realtà!"

Vai spesso a Venezia. Ha un significato particolare per te, questa città?
"E' una sorta di labirinto mentale. Quando qualcosa mi turba o non mi torna prendo il treno e vado a Venezia. E' un viaggio, fuori e dentro. A Venezia puoi camminare liberamente, non ci sono macchine e non è lineare, puoi perderti nei tuoi pensieri e meditare, circondata e abbracciata da strade e ponti e case. Ci vado da sola ed è un modo per ritrovare me stessa."

E ora un paio di domande sulla moda, posso?
"Certo!"

Segui le tendenze della moda? E ti piace come ti vesti?
"Mi metto quello che mi piace, non seguo le tendenze. Mi piacciono i colori. E sai come faccio a decidere cosa mettermi al mattino? Comincio dagli orecchini. Ne ho tantissimi, tutta bigiotteria ovviamente, scelgo gli orecchini e i vestiti di conseguenza. E gli orecchini li scelgo sulla base dell'umore del mattino. E adoro anche le scarpe! E sì, mi piace il modo in cui mi vesto. E' il mio!"

E qual è il tuo capo preferito, a cui non rinunceresti?
"Le giacche. Anche da uomo. E le cravatte! Ora che ci penso, mi mettevo le cravatte. Mi piacevano un sacco. Bisogna che torni a metterle!"

 

Il vernissage comincia tra pochi minuti. La mostra è un nuovo progetto: il gallerista ha chiesto a Patrizia di fare 20 quadri, dimensioni 30×30. Il tema era libero e lei ha scelto gli alberi. Ha un amore speciale per gli alberi, perché pensa che abbiano un animo che tutti, o almeno lei, possono raggiungere. Nei tempi antichi gli alberi erano considerati individui, avevano una personalità che gli veniva attribuita. Prima che nascessero i suoi figli ha pensato che albero potevano essere: il grande, Alessandro, un pino; la piccola, Claudia, una magnolia.

E' facile parlare con Patrizia. Ha uno sguardo aperto e un modo leggero di raccontare. Ne nasce uno scambio arricchente ed estremamente piacevole.
Potete vedere i suoi lavori sul suo sito web, http://www.patriziadare.it.
Potete anche andare a vedere la mostra al Caffè Letterario di Lodi, o se abitate in Veneto a La Colombara a Lupia di Sandrigo (Vicenza). Ve lo raccomando caldamente!

 

Buona giornata!
Anna da Re

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