Quando qualcuno mi chiede cosa leggere, a ragione vista la mia passione per i libri e il lavorarci, in genere non mi viene in mente niente. Avete presente, come per i ristoranti, si crea il vuoto pneumatico.
Però mi concentro e spesso dico Stoner di John Williams.
Recentemente l’ho suggerito a una mia amica, che poi mi ha scritto che l’inizio l’ha trovato un po’ così ma poi l’ha divorato.
Stoner fa questo effetto e mi sono chiesta perché. A parte le solite risposte, che un vero scrittore ti fa appassionare anche a quello di cui non ti importa niente, che la differenza è nel modo in cui si racconta e non nella materia che si racconta, io credo ci sia qualcosa di più.
Ci siamo noi, in Stoner.
Per chi non lo conosce, Stoner è un uomo normale. Non dico qualunque, perché qualunque indicherebbe una genericità che è il contrario dell’umanità. Stoner è un uomo normale con una vita normale. Quindi un uomo di grande ricchezza interiore, che con fatica riesce a vivere. E un uomo a cui succedono molte cose, belle e brutte, che vive e attraversa e sopporta e di cui ogni tanto gioisce.
Stoner non è un eroe, non è eccezionale, non ha talenti o successi strepitosi, ma è unico e irripetibile.
Esattamente come siamo noi, che però spesso ci distraiamo dalla nostra personale presenza, dalla nostra abbondanza interiore, per valutarci secondo il successo, il denaro, i like, i follower.
Forse c’è persino una lezione, in Stoner.
Di sicuro c’è un calore, una comprensione e una vicinanza all’unanimità che manca in tanti libri cosiddetti da non perdere.
By the way, Stoner è stato pubblicato per la prima volta nel 1965 e non ha avuto alcun successo. Per fortuna ogni anno il New York Times va a ripescare un libro dimenticato, e l’ha trovato. E il bravissimo Fazi l’ha portato in Italia.
Buona giornata!








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