Le piante, Salgado, immaginare il meglio. Divagazioni di lunedì

Oggi guardavo il mio angolo verde, a cui ogni tanto aggiungo qualcosa. Anche al supermercato dove di solito vado a fare la spesa c’è una zona dove vendono piante. L’ultima volta c’erano delle calle, purtroppo non bianche (che sono tra i miei fiori preferiti), ma rosa e gialle. Ho scelto quelle gialle, non sapevo bene se avrebbero resistito in appartamento ma sembra si siano ambientate molto bene.

Sta per arrivare la primavera ma fa ancora freddo, per i miei gusti, e quindi il terrazzo è ancora off limits. Esco giusto per guardare che tutte le piante stiano bene, e annaffiare ogni tanto, visto che non si decide a piovere.

Da dove arrivi questo bisogno di verde e di natura non lo so. Ma credo che in fondo ce l’abbiamo tutti. Giovedì scorso sono stata al cinema, c’era il nostro Cineforum per l’ambiente che quest’anno siamo riusciti a fare in un vero cinema. Abbiamo visto Il sale della terra, un meraviglioso film di Wim Wenders su Sebastiao Salgado. È un film che per buona parte racconta le terribili cose che gli esseri umani si fanno l’un l’altro, e che in questo momento ci risuonano ancora più vere, ancora più crudeli e ancora più scoraggianti. Ma verso la fine mostra come Salgado, per sopravvivere agli orrori che ha testimoniato con le sue foto, su suggerimento della moglie Lelia decide di ricostruire la foresta che stava dietro casa sua in Brasile, e che era stata devastata. Ci è voluto impegno e tempo e anche denaro, ma in circa 10 anni la foresta è diventata rigogliosa e ha ricreato l’ecosistema che era stato distrutto. E questa rinascita è stata di grande conforto per Salgado, ma anche per noi spettatori.

Ed è un po’ questo che penso guardando le mie piante. Che la cura che ci possiamo prendere di loro, come degli animali e del mondo intorno a noi, può essere un allenamento a prenderci altrettanta cura del nostro prossimo. È più difficile, ne sono consapevole, ma è cruciale.

Alla fine del film abbiamo parlato un po’, con un facilitatore, sul fatto che il futuro bisogna prima immaginarlo. E mi sono resa conto di quanto sia difficile, immaginare il futuro. Immaginarlo non facendo proiezioni catastrofiche di quello che crediamo di conoscere. Immaginarci il meglio sembra impossibile, o forse sembra illecito. Di certo la nostra cultura non esercita l’immaginazione in un senso positivo e collettivo. Eppure ne avremmo davvero bisogno.

Io nel mio piccolo cercherò di allenarmi. Anche a partire da una calla.

Intanto buona giornata!

Anna da Re

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