“Memoria di ragazza” di Annie Ernaux: conoscersi è molto di più che ricordarsi

Sentire che Annie Ernaux ha vinto il premio Nobel è stato bello, per noi lettori normali. Ci ha rassicurato nelle nostre scelte, ci ha fatto pensare che anche con i nostri modesti criteri di scelta e con le nostre modeste informazioni sul grande mondo della letteratura avevamo scelto e letto e apprezzato un’autrice degna del Nobel. Premio che invece, quando si indirizza a scrittori non tradotti in Italia o sconosciuti o addirittura ostici, lascia perplessi e poi indifferenti. Ora un premio, anche il più grande premio attualmente esistente, non è l’unico giudizio che ci deve guidare nella scelta di un libro. Nel caso di Annie Ernaux però c’è tutta una critica unanime nel riconoscerle grandezza e qualità.

Io personalmente, pur avendo sentito molto parlare dei suoi libri, non avevo ancora letto nulla. Avevo visto, l’anno scorso, il film “La scelta di Anne”, tratto dal romanzo “L’evento”. Mi era piaciuto molto e mi aveva colpito profondamente. Mi ero detta voglio proprio leggere Annie Ernaux. Qualche giorno fa ho pensato che forse in casa un libro della Ernaux c’era. Perché quando un autore o un’autrice mi interessa spesso almeno un libro lo compro, poi magari lo metto nella libreria e ce lo lascio per anni prima di leggerlo. E infatti avevo comprato “Memoria di ragazza“. L’avevo comprato in francese, “Mémoire de fille”. Mi ricordo con precisione anche dove, era una libreria di Bastia, in Corsica. Ero arrivata da sola, i miei amici mi avrebbero raggiunto il giorno dopo, ho fatto un giro in città e sono andata in libreria. Non era una libreria particolarmente bella o grande, e neppure particolarmente fornita. Io amo molto le edizioni Gallimard e i loro tascabili Folio, e quando mi capita di essere in Francia me ne faccio sempre una scorta. E quell’estate, nella scorta c’era anche Annie Ernaux.

Tutto questo per dire che, per quanto non mi possa ritenere una conoscitrice di Annie Ernaux, ne ho un’idea che va un po’ oltre le interviste e i video e le foto che sono circolate sui giornali e in Rete dopo la notizia del Nobel. Confesso che, forse per i tempi in cui viviamo e forse per il semplice fatto che sono una donna, vedere la Ernaux reiterare il suo impegno femminista in praticamente tutte le interviste rilasciata dopo il premio, mi ha confortato e rallegrato. Quel suo viso intenso che porta il segno degli anni e della vita, quei modi determinati ma gentili, sono espressivi quanto la sua scrittura. Il mondo che racconta in generale Annie Ernaux è quello delle donne, in un mondo dominato dagli uomini. In “Memoria di ragazza” racconta un pezzetto della sua storia, un’estate, un incontro, un’esperienza che l’ha segnata per sempre, come spesso succede alle cose che ci succedono da giovani, quando siamo ignoranti e inconsapevoli ma anche pieni di slancio e curiosità, e quello che ci ferma in quel momento si cristallizza e crea una specie di grumo, di pietra dentro di noi. Per poter sciogliere quel grumo o spostare quella pietra la Ernaux dà alla se stessa del 1958 la voce della terza persona, la racconta come un’estranea, altra da lei, cercando di ricostruirne il punto di vista, le sensazioni, il pensiero e i riferimenti culturali, la vita quotidiana, le amicizie, la scuola, la famiglia. Come si farebbe per un personaggio immaginario. Scansando i ricordi come si presentano all’Annie di oggi. Un’operazione delicata, chirurgica, di studio e di distacco che le riesce perfettamente. Nel libro convivono l’Annie del 1958 e l’Annie di oggi, e quel distacco, quell’analisi senza concessioni e mezzi termini, quel racconto preciso, in cui ogni parola è quello che deve essere, alla fine permette anche all’Annie di oggi di vivere accanto all’Annie di ieri con l’affetto e il calore che noi stessi dovremmo avere verso noi stessi.

Memoria di ragazza

Per tornare alla storia, nel 1958 Annie, diciott’anni, ragazzina di provincia figlia di bottegai, brava a scuola, appassionata lettrice, va in una colonia a fare l’educatrice. Parte piena di curiosità e di voglia di vivere, finalmente libera dallo sguardo della madre, delle suore da cui va a scuola, del paese. La prima sera, nel salone in cui ci si ritrova e si balla, con suo grande stupore viene invitata dal capo degli educatori, un ragazzo molto più grande di lei, che senza un preliminare, una parola, una gentilezza, un riguardo, la inizia al sesso. La inizia senza toglierle la verginità, ma questo particolare, che pure in quegli anni era fondamentale, non influisce su come Annie si sente dopo questa esperienza. Che non capisce, che la esalta (“ho un amante”) e la disorienta. L’educatore capo non avrà nel libro altro che un iniziale, H, a definirlo. Che tanto qualsiasi lettrice (e probabilmente anche qualsiasi lettore) ne riconosce il comportamento e la tipologia. E Annie, nel suo slancio di far parte del gruppo, di comunicare, di essere come gli altri, finisce per essere presa in giro, mal compresa, maltrattata, offesa.

E come sappiamo bene noi lettrici (temo non altrettanto i lettori) Annie si sente anche colpevole, marchiata, responsabile del trattamento e degli insulti ricevuti. Ci vogliono anni, ci vuole molto impegno e attenzione, per rimettere le cose a posto, anche se solo dentro di noi. Per riconoscerci l’innocenza, e riconoscere la responsabilità di chi effettivamente poteva scegliere da che parte stare e non è stato dalla nostra parte. Naturalmente siamo nel 1958, e il mondo per fortuna è cambiato molto da allora, soprattutto per le donne. Ma noi signore, che magari intorno a quegli anni ci siamo nate, sappiamo benissimo cosa voglia dire veder scambiato il proprio desiderio per sconcezza, scoprire che le stesse esperienze sono lecite agli uomini e illecite alle donne. La rivoluzione del ’68 che tanti adesso criticano e vorrebbero cancellare, è stata davvero una liberazione, per le donne. Una liberazione proprio nel senso letterale del termine. Il resto della prima giovinezza di Annie è segnato da questa esperienza scioccante, che la tiene lontana dai suoi coetanei e dal continuare una sana esplorazione dei rapporti con l’altro sesso (in tutti i sensi, non solo quello fisico). Che la porta a una forma di bulimia e a non avere le mestruazioni per due anni. Si potrebbe dire con Grossman “il corpo capisce”, anche se il suo linguaggio è difficile da decifrare. Per fortuna la parte sana di Annie fa convergere le energie verso uno studio felice, anche se raggiunto dopo parecchi errori di percorso, che però restano circoscritti e superati.

Aggiungo che avendo studiato sociologia ed essendomi specializzata in sociologia francese, mi ha colpito anche come la Ernaux abbia saputo portare alla luce e dare una dimensione individuale e personale alle sottili distinzioni di classe della società dell’epoca. Giurerei che abbia letto “La distinction” di Pierre Bourdieu, libro bellissimo e fondamentale. E naturalmente queste distinzioni di classe sottili e quasi impalpabili, ma che ognuno di noi ha vissuto sulla propria pelle, soprattutto in gioventù, non sono appannaggio esclusivo della società francese. Erano grossomodo le stesse anche in Italia, nell’Italia degli stessi anni. Resta di fatto meravigliosa, di Annie Ernaux, la capacità di raccontare, oltre alla personale esperienza e al sentire di quell’esperienza, anche l’assolutismo della giovinezza, la necessità delle parole e il vuoto che genera la loro assenza, lo stretto rapporto tra quello che succede alla nostra anima e al nostro corpo, e come anche il nostro corpo cerchi delle parole per raccontare quello che succede. Solo raccontando si dà un senso, solo raccontando si può andare oltre, continuare a vivere. È un tema, questo, che troviamo in tanti romanzi, forse in tutti. Perché forse è il tema che dà senso alla letteratura.

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Una risposta a "“Memoria di ragazza” di Annie Ernaux: conoscersi è molto di più che ricordarsi"

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  1. Io l’adoro, e ho letto quasi tutti i suoi libri. Aggiungo, a quello che osservi tu, il suo femminismo sussurrato, e potente, nel denunciare le enormi disparità (ancora on del tutto superate) tra i comportamenti maschili e quelli femminili. L’evento ne è la più chiara espressione, ma tuta la sua letteratura, come pone le figure del padre, della madre … Lieta di questa affinità

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