Il primo maglione non si scorda mai

Ricordo perfettamente il primo maglione che mi sono fatta, e ho anche una foto in cui lo indosso.
Un maglione giallo, tutto fatto a punto legaccio (o punto dritto). Se lo si guardava bene aveva la lavorazione un po’ incerta, e io avevo fatto i pezzi e mia mamma lo aveva messo insieme. Ma era bello e mi piaceva.
La foto è stata scattata in montagna, che ai tempi le foto si facevano quando si era in vacanza, su una vetta e vicino a una croce. Ci sono mia sorella, mio fratello e mio papà. Mia mamma non veniva a camminare con noi, aveva le vene varicose e le camminate di intere giornate su e giù per i bricchi erano troppo per lei. E forse, visto con gli occhi di oggi, si godeva un po’ di tempo per sé, con marito e figli felicemente fuori dai piedi.

Il maglione seguiva un training curioso e molto umanitario: la realizzazione di lunghe fasce di cotone grezzo per i lebbrosi. Mi sono chiesta, mentre ricordavo quel lavoro e il bellissimo cotone che usavamo, da dove arrivasse la richiesta e chi e come mandasse le fasce ai lebbrosi. Credo che fosse la sorella di un’amica di mia zia che era Madre Superiore in un convento di Cutigliano, un paesino di montagna vicino all’Abetone, che spesso ospitava suore che venivano dall’Africa e che credo avesse contatti con le missioni africane oltre che con varie opere caritatevoli. Purtroppo non c’è più mia mamma a cui chiedere, e nemmeno la zia. E questo è solo uno dei mille milioni di modi in cui mi mancano, mamma soprattutto.
Ma non anticipiamo i tempi che questa parte della storia ve la riservo per dopo.

Le fasce dei lebbrosi, oltre che io e mia sorella per impratichirci, le facevano anche mia mamma e mia nonna, tra un lavoro e l’altro e per rilassarsi. Mia sorella in realtà non aveva molta intenzione di impratichirsi nella maglia. Lei era una a cui piaceva muoversi, correre, arrampicarsi, far fatica; le piaceva sfidare i maschi, lottare, competere e vincere. Ma non sempre riusciva a ottenere che le facessero fare quel che voleva. Se chiedete a lei mi sa che vi dice che non ci riusciva quasi mai.

Mia mamma lavorava su una scala quasi industriale, e con una precisione e accuratezza davvero industriali.
Aveva imparato da sua mamma, ma era laureata in chimica e come molte donne della sua generazione era stata costretta a lasciare il lavoro per crescere i figli. Ora a parte lo spreco e le frustrazioni, capisco adesso che applicava alla maglia l’esattezza delle formule chimiche, il rigore della combinazione, la necessità che alla fine dell’esperimento tutto torni. Con dei risultati notevoli, devo dire.
Ho avuto una gran quantità di maglioni, giacche, berrettini, gonne e persino soprabiti fatti da lei. Ed erano tutti perfetti, precisi, senza una sbavatura o un incertezza.
C’era un altro segreto, che ho scoperto quando, qualche anno fa, mi sono resa conto che dovevo imparare tutto quello che mi serviva prima che mia madre, per quel destino che ci accomuna tutti, finisse all’ombra dei cipressi (e questo è davvero un bel modo di dire, il nostro lessico famigliare è proprio bello e ne sono fiera).

Per i primi 18 anni della mia vita ho passato le vacanze estive a Cortina. Fortunella, direte voi, e di certo non mi lamento, anche se devo dirvi che quando finalmente mia mamma mi ha detto che non si andava più a Cortina ho fatto i salti di gioia. Perché Cortina è bellissima e la montagna anche, ma 18 anni sono tanti e soprattutto a 18 anni si ha voglia di andarsene in vacanza da soli con gli amici, giusto?
Senza contare che avevo sviluppato una certa avversione per la levataccia alle 6 e mezza del mattino in piena vacanza, e le ultime due estati la maggior parte del tempo l’avevo passata a leggere. Oltre ai bauli spediti prima, alle valigie e all’armamentario di una famiglia che parte per due mesi, per quanto spartana, c’era la scatola con i miei libri. Anche quelli dovevano durare due mesi…

Dunque Cortina era la vacanza e naturalmente era un po’ anomala. Perché se tutte le famiglie felici si somigliano ma ognuna è infelice a modo suo, noi eravamo a modo nostro un po’ in tutto. E dunque Cortina per noi era la frazione più periferica del paese, a una buona ora di cammino dal paese e tutto in salita. Era una vecchia casa in affitto, grande e gelida. Al piano di sotto ci stavano delle persone del posto: la Tatanina al piano di mezzo, vecchia e sorridente nei miei ricordi, nonno Angelo, nonna Fortunata e la figlia Tesele detta Teselù al piano terra. Li chiamavamo così da bambini e così mi piace ricordarli. Con anche una gran quantità di affetto.
Era una casa di campagna, i primi anni c’era ancora la stalla con le mucche. Il fienile è rimasto per molto più tempo, così come le galline che si buttavano sotto le macchine, l’orto con la rucola e il cavolo cappuccio, l’albicocco che faceva le albicocche ad ottobre, quelle che ci arrivano a ottobre, perché erano perfette per le cerbottane… E intorno c’erano altre case simili, e la vita era quella dei contadini di montagna. Siccome ovviamente mucche galline e fieno e qualche stanza affittata in piena stagione non bastavano, gli uomini facevano i falegnami e le donne lavoravano a maglia. Lavorano cose che i negozi del centro vendevano: guanti e muffole con le stelle di neve, calze decorate, pantofole a cui veniva cucita una suola di feltro, e poi giacche tirolesi, berretti con il ponpon. Nonna Fortunata e la Teselù d’estate lavorano nel portico, su delle panche di legno, dove le raggiungevano le vicine e mia madre appena si era liberata di noi.
Da loro, mi ha confessato mia madre, aveva imparato le rifiniture, come nascondere i fili rimasti, come cucire, come raccogliere i punti per rendere i colli armoniosi, e insomma un sacco di dettagli preziosi che rendevano quegli oggetti fatti a mano precisi e perfetti come sono ora gli oggetti usciti dalle macchine. Anzi più precisi e perfetti.
E quindi mentre noi giocavamo con i bambini del posto, imparavamo il dialetto ampezzano, ci buttavamo nel fieno appena falciato e portato dentro il fienile tra le proteste del nonno Angelo, scendevamo con i cartoni lungo i prati, e questa volta le proteste erano che gli schiacciavamo l’erba che poi doveva diventare fieno; mentre mio padre falciava e piantava alberi per dare sostegno allo scosceso del fiume dietro casa (alberi che ci sono ancora; narra la leggenda familiare che quando papà li aveva piantati i vicini avevano detto “vi faranno ombra alla casa” e Angelo e Fortunata avevano risposto “quando gli alberi faranno ombra alla casa noi saremo all’ombra dei cipressi”, e rimane un mistero se quell’ombra dei cipressi l’hanno imparata loro dalla mia famiglia o viceversa), insomma mentre noi giocavamo alla campagna mia mamma lavorava a maglia e imparava. Ozio mai. Che del resto è il padre dei vizi…

Come vi ho già detto, noi ai tempi abitavamo a Pisa. Passare le vacanze a Cortina abitando a Pisa che sta a 10 chilometri dal mare è strano. Era strano avere maglioni fatti a mano. Ma sicuramente la cosa più strana erano le pantofole, che mia mamma ci faceva nuove ogni inverno.
Anni dopo che ci eravamo conosciute, la mia amica Patrizia, quella dei vestiti alla moda oggetto dei miei desideri, mi ha detto che la prima volta che è venuta a casa mia a studiare, appena aperta la porta si è vista venire ad accoglierla i tre da Re, con passo silenzioso e ai piedi delle pantofole verdi di lana. Tutti e tre con le stesse pantofole. Verde prato. Non aveva mai visto nulla del genere! Credo che non fosse neanche in grado di dire se erano brutte o belle. E forse, penso adesso, avevano su di lei un fascino simile a quello che avevano per me le sue scarpe con la zeppa. Il fascino di qualcosa di diverso, nuovo, sorprendente.

E visto con gli occhi di oggi, che ricchezza c’era in tutte queste stranezze! Come siamo stati fortunati, noi che ci sentivamo sempre sbagliati perché non avevamo mai quello che avevano tutti. Certo ci sono voluti parecchi anni e pure parecchio lavoro personale per trasformare tutto questo in una personalità ben definita e in uno stile personale. Ma io più ci penso e più ne sono felice.

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