Non sappiamo quasi nulla, in effetti.

Non solo sappiamo il loro destino, una volta che li abbiamo smessi. In realtà non sappiamo neppure da dove arrivano, chi li ha fatti. C’è stata una grande campagna, tempo fa, organizzata da Fashion Revolution, che si chiamava “Who made my clothes?”.

In genere sono donne, spesso sono delle bambine, sottopagate, sfruttate, abusate. Lavorano in condizioni malsane fisicamente e psicologicamente. E sì, preferiremmo non saperlo. Perché quando lo sappiamo diventa un po’ più difficile comprare la maglietta di Shein a 1 euro, o anche quella di Zara a 4. Spesso anche quella da 50 o 100 euro dello stilista ha la stessa storia.

Per fortuna adesso ci sono delle etichette abbastanza esaurienti e affidabili. Lo so, è noioso leggere le etichette e se hai passato una certa età ti devi pure mettere gli occhiali. Ma dobbiamo farlo. Per sapere il tipo di tessuto, certo, ma anche per sapere di chi andiamo ad essere complici nello sfruttamento.

Venite al Festival del Parco, alla Cascina Mulini Asciutti, il 28 settembre. Ci sarà Matteo Ward che ci racconta un po’ di queste cose

Vi aspetto

2 risposte a “Tutto quello che non sappiamo dei nostri vestiti”

  1. Avatar Paola Bortolani

    L’avevo messo in programma, ma impegni familiari (grrr) non mi permettono di venire. Racconterai qualcosa?

    Piace a 1 persona

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Sono Anna

Benvenuti su ChicAfterFifty. Nato 10 anni fa come blog di moda per signore, appunto after fifty. Dopo la pandemia la moda non mi è più sembrata così importante. E allora parlo di libri, di ambiente, di posti belli, di cose belle.

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