Ma che fine fanno i vestiti che diamo via?

Siamo convinti di fare una buona azione, quando diamo via i vestiti che non usiamo più. E invece fanno dei gran giri, pochissimi vengono ricomprati, la maggior parte viene riciclata per fare tessuti di poco valore e stracci, e una buona parte finisce nelle discariche. L'ho scoperto grazie alla Fashion Revolution. Forse è ora di imparare a comprare di meno… che ne dite?

Fino a poco fa, comprare dei vestiti nuovi e dare via quelli vecchi mi sembrava non solo una cosa normale, ma anche una cosa buona.
I miei vestiti sarebbero andati a scaldare qualcun altro. Oppure, quelli frivoli e inutili, avrebbero dato un momento di gioia e spensieratezza a qualcuno che ne aveva bisogno e da solo non ci arrivava.

Poi ho scoperto che mi sbagliavo.

 

E non parlo delle questioni della Caritas, quelle polemiche sulla fine che fanno le cose che lasciamo nei contenitori gialli. Perché se fosse solo quello, ci sono altri modi, almeno a Milano e dintorni.

Parlo di quel che sto imparando grazie alla Fashion Revolution e a quella bella Fanzine che sto leggendo (compatibilmente con il fatto che devo leggere Delitto e Castigo per il gruppo di lettura, e una tonnellata di altri libri per lavoro), Loved clothes last.

 

Solo una minima parte dei vecchi vestiti raccolti viene riutilizzata. Negli Stati Uniti per esempio, nonostante ci siano molti più thrift store che in Italia, non si riesce a smaltire la gran quantità di vestiti indesiderati. Più del 60% dei vestiti indesiderati vengono venduti ad altri paesi, che a loro volta li rivendono tramite charities e thrift store. Pare che complessivamente il 70% dei vestiti dati via negli Stati Uniti finisca in Africa.

 

L’industria dei vestiti e del tessile usato è complicata, intricata e poco trasparente.

E spesso i vestiti che diamo via finiscono per essere riciclati, nel senso di riportati al loro stato di fibra: ma è una fibra povera, che viene impiegata per fare coperte molto economiche, stracci, o tessuti di poco valore che vengono impiegati in altre industrie.

 

E poi ci sono produttori come H&M, che ti propongono di portare i tuoi vestiti usati e ti fanno uno sconto su quelli nuovi. E che dicono che stanno investendo sui dei nuovi processi tecnologici che permettono un vero riciclo e riutilizzo delle fibre di cui sono fatti i nostri vestiti (che in genere sono un misto di fibre naturali e sintetiche). Che però nel frattempo i vestiti li bruciano, come denuncia Greenpeace in questo articolo:
http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/lo-scandalo-hm-dei-vestiti-bruciati/blog/60771/

 

E dunque che cosa fare?
Innanzitutto comprare meno.
E’ un impegno che bisogna prendere con se stessi.
Pensando, tutte le volte che la tentazione di comprare qualcosa si fa pressante, se davvero ci serve, se davvero ne vale la pena. Se sappiamo già a chi dare il capo che verrà sostituito da quello nuovo.

Non è facile, come non è facile cambiare nessuna delle nostre abitudini.
Ma se ci guardiamo indietro, noi signore Chic After Ffity, di abitudini ne abbiamo cambiate e tante, nella nostra vita.
Quindi ce la possiamo fare anche questa volta, no?
E se ve lo dice una che, anche se un po’ a modo suo, fa la fashion blogger, ci potete credere!

 

Che ne pensate?
Avete voglia di dirmelo? Di scrivermelo (anche su Facebook o su ciabattinasx@gmail.com)?
Aspetto fiduciosa!

 

Buona giornata

Anna da Re

 

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