Cose che legge Emma Faustini: Crossroads di Jonathan Franzen

Ecco cosa scrive Emma Faustini (che come ricorderete sono sempre io) dopo aver letto Crossroads. Trovate il pezzo qui: https://www.grey-panthers.it/ideas/libri/crossroads-jonathan-franzen/

Ma siccome per leggerlo tutto bisogna registrarsi e ci sono quelli che sono allergici alle registrazioni, ve lo riporto qui sotto paro paro.

Abbiamo conosciuto Jonathan Franzen con “Le correzioni”, nel 2001, e tutti noi che abbiamo amato quel romanzo e ne avremmo voluti altri cento come dei veri innamorati, abbiamo dovuto aspettare molto a lungo, fino allo scorso autunno, per essere esauditi. Non che nel mezzo Franzen non abbia scritto nulla, anzi. Alcune cose erano anche interessanti, la sua scrittura era sempre quella, complicata e sgradevole e fortissima e che non si può interrompere, ma si deve interrompere perché è troppo. Ma in quel mezzo è come se tutti avessimo aspettato, fiduciosi, che arrivasse il nuovo”Le correzioni”.

Che suona piuttosto stupido, lo so. E che forse lo farebbe sogghignare, a lui Jonathan. Ma questa è l’impressione che ho avuto leggendo prima la notizia dell’arrivo del romanzo, poi i commenti, i tweet, le copie esaurite nelle librerie. Non sto parlando di Harry Potter e lo so bene. Ma nel suo piccolo, anche Franzen è un po’ un fenomeno. Io ho aspettato come i veri devoti e come i lettori seri alla cui categoria mi piace pensare di  appartenere. L’ho cominciato durante le vacanze di Natale, quando sapevo che avrei avuto il tempo e il ritmo giusto che al libro volevo dedicare. Ho ritrovato il Franzen di “Le correzioni”. Antipatico. Ambizioso. Sicuro. Solido. Sostanzioso. Grande. Proprio grande grande.

Jonathan Franzen

“Crossroads” non assomiglia a niente e nessuno. Va dritto per la sua strada. Racconta una famiglia, gli Hildebrand, un pastore protestante, la moglie e i quattro figli. Alla vigilia di Natale, nei sobborghi di Chicago, in un’America qualsiasi, negli anni Settanta. Crossroads è il gruppo di giovani della chiesa locale, il cui carismatico organizzatore Rick è acerrimo rivale del padre nella stessa chiesa. Il gruppo privilegia la psicologia, gli esperimenti di comunicazione e il senso di comunità rispetto alla fede e alla preghiera. D’altronde siamo negli anni Settanta e c’è chi dice, e canta, che Dio è morto. Invece Dio, la fede e la preghiera sono i veri protagonisti, e o i veri temi di questo romanzo. Non gli unici, certo, che anzi di temi nel romanzo ce ne sono tantissimi, ma per me senza dubbio i più interessanti e originali.

Premetto che per una persona italiana come me, cresciuta nella religione cattolica e tuttora vivente in un Paese cattolico, per quanto poco praticante e assai indifferente, osservare il rapporto dell’America con la religione è molto curioso. Il loro presidente giura “so help me God”. E a God sono dedicate le miriadi di chiese disseminate in tutto il paese, soprattutto al sud e soprattutto nelle zone rurali e poco abitate. Chiese che hanno preso i 10 comandamenti, hanno tolto quel paio che non gli piacevano e sostituito con qualcosa che gli torna meglio, e via. Chiese minuscole ma non per questo meno assoluti detentori della salvezza. Chiese promettenti e anche minacciose. La chiesa di New Prospect, Illinois, è in realtà abbastanza grande e consolidata. E la sua comunità, i suoi membri principali, gli Hildebrand appunto, hanno un rapporto con Dio che è una delle cose più spiazzanti ma migliori del romanzo.

A modo loro, con molto tormento e risultati diversi, Russ e Marion, e i loro figli Clem, Becky e Perry (Judson è ancora un bambino) cercano di vivere, di crescere, di superare gli ostacoli esterni, di capire chi sono e come comportarsi con chi hanno intorno, di capire chi amano, cosa conta per loro, cosa possono fare e cosa non possono fare. Tutte cose normali. Che ognuno di loro però lo fa dialogando con Dio. Con un Dio che ricorda un po’ quello che ci eravamo creati nella nostra testa quando eravamo bambini o ragazzi, Dio se mi fai trovare un fidanzato sarò buonissima, Dio se non mi scoprono prometto che non maltratto più la compagna di banco, Dio fa che il compito in classe sia facile. Un Dio seduto sempre vicino a noi, giudicante come un genitore ma altrettanto se non più indulgente. Con cui intrattenere un rapporto personale e familiare, intimo, ma anche utilitaristico nel breve periodo. Un Dio a cui chiedere consigli e opinioni non proprio sul colore delle unghie ma quasi. Ed è proprio grazie a questo piccolo Dio trovato dentro di sé che in modi insospettabili e talora insopportabili, a uno a uno i personaggi di Franzen diventano quello che sono davvero. Anche se non è sempre un gran guadagno.

Come già ne “Le correzioni”, non siamo invogliati a prendere le parti di nessuno. Franzen si tiene e ci tiene sempre a una distanza più che di sicurezza: che se mai volessimo usare qualcosa della instancabile e minuziosa introspezione praticata nel libro, non lo facciamo attraverso una semplice ed empatica identificazione. Se proprio vogliamo farlo dovremo metterci tutto l’impegno e la fatica e il tempo che ci hanno messo i personaggi e quindi l’autore. Leggendo questo romanzo e pensando ad altre letture più o meno contemporanee emerge anche l’ambizione. Non quella banale di diventare ricchi e famosi, né quella ovvia dello scrittore che vuole produrre un capolavoro. Qui c’è l’ambizione alla grandezza.

Jonathan Franzen

Naturalmente io non so se Franzen sarà imperituro e cosa ne penseranno i posteri. Ma di certo la sua ambizione ci arriva come impegno, lavoro, sforzo. Ci sentiamo come di fronte alle cattedrali, alle dighe, ai prodotti dell’ingegno per cui non basta una vita (e “Crossroads” è il primo volume di una trilogia). In questa ambizione, in questa grandiosità di impegno si può trovare l’altro pezzo di Dio, quello che i suoi personaggi cercano e solo a sprazzi riescono a cogliere: il Dio non delle piccole cose ma delle grandi, il Dio che è la nostra aspirazione spirituale, il nostro bisogno di andare oltre noi stessi, di abbracciare e capire l’universo dentro cui siamo immersi. Il Dio che si percepisce nelle notti di stelle dell’Arizona, sulle montagne delle Ande, quando niente si mette più in mezzo tra l’uomo e la natura e le privazioni e le fatiche fisiche diventano la consolazione di una ricerca di senso alle nostre esistenze. Infine gli anni Settanta, la guerra del Vietnam, il razzismo, gli indiani cacciati dalle loro terre, la droga, la povertà, sono come tanti sfondi che danno spessore alle storie individuali ma che non gli tolgono nulla di quella sana eternità che cerchiamo nei romanzi e che qua, almeno io, posso dire di aver trovato.

“Crossroads” è un romanzo fuori dal tempo presente, dalla contemporaneità con le sue costrizioni e facili fascinazioni. Per questo è una lettura da custodire come preziosa e unica.

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