Salone del Libro di Torino: sì, è sempre totalizzante. E mi sa che è il suo bello

Boys am I tired…

Mi ha lasciato un senso di ottundimento, il post Salone del Libro. Una specie di hangover senza che ci sia stato alcool. Una grande stanchezza, alla fin fine. Che 10 km al giorno, per di più camminati lentamente e con anche molto tempo in piedi, non sono pochi. E il rumore, la folla, il caldo. Davvero una maratona da cui una semplice notte di sonno non ci può far riprendere. Per fortuna non c’era troppa posta inevasa, alcune richieste possono aspettare fino a domani.

E poi c’è questo senso di essere tornati da molto lontano. Di aver fatto un viaggio di immersione totale in qualcosa di così diverso e così avvolgente e così assorbente che ci vogliono diversi passi e diversi passaggi per riprendere la normalità.

Torino è totalizzante. Quando entri al Salone non ci sono altro che i libri. Che si certo sono solo un veicolo verso altro, e quindi ogni singolo libro è un mondo e una serie di porte sul mondo, ma intanto che sei lì e incontri i tuoi conoscenti e vedi qualche evento e cammini tra gli stand e ti fermi e poi riparti, sei anche dentro un mondo che è un altro mondo. E questo, per me almeno, è sempre stata la bellezza e la magia del Salone, la sua irrinunciabilità.

La folla si dice che quest’anno fosse ancora più del solito, ma sono calcoli che non si percepiscono a occhio nudo. Di certo sabato mattina il gigantesco piazzale davanti all’ingresso del Salone era quasi interamente coperto di persone in fila per entrare: alle 10 del mattino. Non so dopo.

Io però mi sono goduta soprattutto la domenica mattina, che di solito e anche quest’anno è un giorno in cui c’è meno gente e anche più tardiva. E nella relativa quiete finalmente si vedevano bene i libri esposti, si poteva sfogliare e soppesare, leggere il risvolto di copertina, pure qualche pagina dell’interno. Io come tutti penso ho i miei piccoli editori del cuore. E come tutti quelli che lavorano nell’editoria sono in cerca di quello di cui non è parlato, della scoperta, della sorpresa. Ho notato che cominciano a essere davvero tanti i libri che arrivano dall’Est, Est Europa, Eurasia. Paesi poco conosciuti, che si ricordano ancora come parte dell’Impero austro-ungarico. Nomi mai sentiti, storie sicuramente mai raccontate, libri solo recentemente tradotti.

Tra questi spiccava un “Veniva da Mariupol” dell’editore L’Orma. Non l’avreste comprato anche voi? Che magari vi aiutasse a costruirvi una narrazione, e dei ricordi, e magari anche delle conoscenze, di quel pezzo di mondo recentemente esploso, non molto lontano ma sconosciuto. Per me lo sapete, i libri sono sempre un modo per capire quello che mi circonda, per scalfire qualche pregiudizio, per sostituire qualche conoscenza alla terribile ignoranza che ogni giorno sembra più profonda e incolmabile.

Ecco, per oggi non credo di riuscire a scrivere altro.

Buona serata!

Anna da Re

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