Signore invisibili #3: Anche l’occhio vuole la sua parte

Mi piace cominciare con un proverbio, o un modo di dire. Sono una di quelle cose che stiamo perdendo.
In casa mia ce n’erano tantissimi, di modi di dire. Uno per ogni situazione o problema, potrei dire. Mia cognata, mia sorella, mia nipote, quel po’ di famiglia che mi resta, mi hanno sempre detto li devi scrivere, se non li scrivi ce li dimentichiamo, vanno perduti.
Così scrivere è una risposta anche per loro.

Anche se l’occhio che vuole la sua parte è un modo di dire ancora diffuso.
Né è necessariamente riferito ai vestiti. Che sono lo strato aggiunto del nostro presentarci al mondo.
Avete notato che ultimamente stanno proliferando i consulenti di immagine, i corsi per scoprire quali sono i nostri colori, per imparare a vestirsi essendo a nostro agio e stando bene con noi stesse?
Si vede che sono necessari.
Se le signore ci vanno vuol dire che ne hanno bisogno e che ne ricavano dei benefici.
E la ragione non può essere soltanto il fatto che il nostro mondo ci chiede molto anzi troppo, che ognuno è ritenuto singolarmente e unicamente responsabile della propria vita, del proprio successo professionale, della propria salute e della propria felicità, e che quindi siamo tutti insicuri, incerti, vulnerabili.
Non può neppure essere perché abbiamo scoperto quanto conta l’immagine, perché tra i tanti detti abbiamo anche “l’abito non fa il monaco”, e quando ci serve anche il suo contrario “l’abito fa il monaco”.
Probabilmente vestirsi in modo consono a se stessi è più difficile di quel che sembra.
Fa parte di quel processo di conoscenza di noi stessi che diamo per scontato. Visto che con noi stessi ci stiamo sempre, ci conosceremo no? E invece se non ci si studia e dedica del tempo, non si riesce a conoscere neppure se stessi. E si fa fatica a fare qualunque cosa, pure vestirsi.

Alle volte, quando gioco a tennis con il maestro e mi rendo conto di quanto sia importante quell’occhio esterno che vede cose che io non posso vedere, che mi ripete all’infinito di correggere un certo movimento, e quando gioco dopo avere giocato con il maestro e sento ancora il suo sguardo e mi muovo meglio, penso che ci vorrebbe un maestro e un allenatore anche per l’anima.
Forse che l’anima merita meno del tennis?
Una volta, in un mondo in cui in realtà nessuno di noi è stato e quindi è immaginario, i filosofi facevano i maestri dell’anima. E infatti ultimamente ci sono dei filosofi che sono diventati “counselor”.
E poi certo, abbiamo gli psicologi e gli psicanalisti e gli insegnanti di mindfulness, yoga, meditazione… però ci si va sempre con un senso di colpa, in fondo in fondo.
Prendiamo lezioni di tennis, di sci, di ballo, di lingua, persino di lavoro a maglia. I grandi campioni hanno staff di preparatori atletici, mental coach, tecnici, dietologi, allenatori. Ma le lezioni di come vivere bene sono difficili da trovare e ci vergogneremmo di dire che le frequentiamo, probabilmente.
MaPer me i vestiti sono sempre stati importanti. Ho sempre percepito con grande chiarezza il disagio di essere vestiti in modo sbagliato o anche solo stonato.
Quando mi sono iscritta alla quarta ginnasio, ed ero contenta di andare in una scuola da grandi e mista, ero vestita secondo i voleri di mia mamma, come una ragazzina perbene: la gonna a pieghe, il maglioncino fatto a mano da lei (unica cosa bella quello, peraltro), i calzettoni. I calzettoni! Orrido orror dell’orrendezza orrendo!
Ero l’unica, in classe, ad avere i calzettoni.
E non è che la classe fosse una sfilata di moda. Eravamo a Pisa, città universitaria, provinciale, periferica, di modeste ambizioni. La classe di sfigatelle come me ne contava più d’una. Ma io, da brava adolescente, vedevo solo me. E nessuna aveva più i calzettoni.
L’effetto dei calzettoni era di amplificare la timidezza e il senso di inadeguatezza. Il timore di essere stupida. La convinzione di essere brutta. La certezza di essere sbagliata.

Nella fila di banchi centrale c’era una ragazza che mi affascinava. Aveva i capelli lunghi e sciolti. E un guardaroba spettacolare. Minigonne e maxicappotti. Gilet di pelliccia. Stivali e mocassini con la zeppa. Che portava con grande disinvoltura.
Si chiamava Patrizia e non so come siamo diventate amiche. Lo siamo ancora oggi e sono passati quasi cinquant’anni. Lo siamo nonostante siano anni che viviamo in posti diversi.
E nel tempo i guardaroba si sono ribaltati: lei indossa solo cose comode, che sceglie in colori neutri e facilmente abbinabili, così che la mattina perde il meno tempo possibile per vestirsi; e io faccio la fashion blogger.

Il primo vento di liberazione dalla prigionia del perbenismo estremo l’ha portato mia cugina Daniela, che ogni tanto veniva a trovarci da Padova. Era più grande di una decina d’anni. Fuggiva periodicamente dalla sua famiglia, oppressiva quanto la mia seppure in modo diverso (ma tranquillizzatevi signore un po’ più giovani, tutte le famiglie di allora erano oppressive, e siamo tutti venuti grandi lo stesso), e si rifugiava da mia mamma. Che era donna di grande intelligenza, e soprattutto non era sua madre. Era bello quando veniva a trovarci. Era spiritosa, divertente, irriverente. E vestiva alla moda. E siccome io, fortuna delle fortune, avevo la sua stessa taglia, alla fine della sua visita mi lasciava qualche vestito.
Il momento clou l’abbiamo toccato quando mi ha lasciato un paio di pantaloni.
Penso che qualcuna di voi si ricordi che ai tempi i pantaloni se li mettevano gli uomini. Se li metteva Katherine Hepburn. Se li mettevano certe signore che volevano épater les bourgeois. Ce li mettevamo quando andavamo in montagna o a sciare.
Ma io adoravo i pantaloni.
Avrei dato qualunque cosa, non che avessi molto, pur di avere un paio di pantaloni.
Mia mamma non era tipo da cedere. Delenda Carthago era il suo motto, tanto per darvi un’idea. Motto che si era scelta lei stessa e che dichiarava con orgoglio.
La battaglia frontale quindi era sconsigliata.
Ho scelto di giocare d’astuzia e di tempismo.
Mi svegliavo sempre il più tardi possibile, bevevo un caffè e correvo a scuola. La mattina dopo aver ereditato i pantaloni da Daniela mi sono alzata, ho trangugiato il caffè, li ho indossati, ho attraversato veloce il corridoio e in ingresso mi sono infilata in fretta il cappotto.
Pensate che mia mamma non se ne sia accorta?
Figuriamoci!
Mi ha guardato con uno sguardo che avrebbe incenerito un plotone.
Ma io sono stata più tosta, e le ho detto sono in ritardo e sono scappata come una lepre.

Il primo pilastro era stato scardinato.

Poi è arrivato il liceo, dove ci davano del lei, ci consideravano degli adulti, facevamo le interrogazioni programmate, studiavamo in gruppo. Il vento del sessantotto era arrivato anche nella provincia di Pisa.
Poco dopo ho ottenuto i miei primi jeans, un paio di Levi’s che mi ricordo ancora, da tanto mi piacevano e mi facevano sentire bene.
Mi hanno aiutato a piacermi, a trovarmi, a essere più presente e pure un po’ meno malmostosa.

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Una risposta a "Signore invisibili #3: Anche l’occhio vuole la sua parte"

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  1. ah ah mi pare di vederti. E di vedermi, con le fughe per non far percepire quello che volevamo nascondere. Abbiamo vissuto (anche se io sono più vecchia) un periodo di transizione, non solo nell’abbigliamento. Anche io, che amo la comodità, non sopporto di propormi in modo trascurato, fosse anche per andare a comperare il latte o a correre dietro al nipotino al parco. Quanto ai proverbi io, che sono di Genova, mi impegno a conservare quelli in dialetto, alle volte intraducibili per i “foresti”, e per questo ancora più efficaci

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