Se potessimo fare una danza della pioggia, credo che la faremmo. Come si capiscono le cose solo quando ci succedono.
Qui nella pianura padana l’acqua non è mai mancata, la siccità l’abbiamo sempre pensata un problema di altri, lontano, sfortunati. Ora i nostri prati sono giallastri, e i terrazzi rigogliosi sono quello di chi ancora non è partito o ha un amico caritatevole o un impianto di irrogazione. Non sappiamo se è meglio coprirci come fanno nei paesi caldi o stare seminudi come fanno nelle foreste amazzoniche. L’umidità è tale che comunque sia ci sentiamo appiccicaticci e sporchi. I capelli sembrano una pelliccia fuori stagione.
Un po’ il corpo reagisce e si abitua, rallenta, ha sete, poca fame.
Guardo l’armadio e su Facebook trovo le immagini di come ero vestita d’estate qualche anno fa, quando lavoravo. È vero che stavo in un edificio sigillato e condizionato, però uscivo, e magliette, camicie, pantaloni, gonne lunghe non mo sembravano insopportabilmente infagottanti. Addirittura portavo dei soprabiti, e delle giacche, che ora fanno bella mostra di sé sul “bullerone”, il mio grande e bellissimo appendiabiti. Ma non li ho usati una sola volta.
E intanto, come tutti, aspetto il temporale.







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