Come vestirsi in settembre. Dopo aver incontrato Jonathan Safran Foer. A Monza e a Milano

Mi stavate aspettando? Non vedevate l'ora di sapere come è andato il mio incontro con Jonathan Safran Foer? Eccomi

Avrei potuto cominciare con un titolo furbo, ispirato ai libri di Jonathan Safran Foer, ma sarebbe stato troppo facile.
E quindi non mi interessa.
Vi suona pretenzioso?
Può darsi.
Ma non mi importa.

 

Così ieri c’è stato il grande evento. C’erano tutti. Tutti quelli che hanno a che fare con i libri, quantomeno.
E quando è entrato nella sala del Teatro Franco Parenti (e avevano aperto la sala sul foyer, da tanta era l’affluenza) Jonathan Safran Foer è stato accolto da applausi e gridolini come se fosse una rock star.
Sono rimasta sorpresa. Di soliti gli intellettuali o i sedicenti tali sono quieti e seriosi e non fanno una piega.
Ero contenta di essere lì e mi sentivo anche un po’ privilegiata, perché alcuni amici arrivati più tardi hanno avuto accesso solo ad una sala con un megaschermo. Mentre io ero lì in carne ed ossa.
Marco Missiroli faceva l’intervistatore, con quel suo modo di fare le domande senza metterci il punto interrogativo, e Jonathan Safran Foer rispondeva con generosità e puntualità. Ero contenta di sentire il suono dell’inglese di nuovo, che non mi ero accorta di quanto mi mancasse, una volta tornata (e magari di nuovo vi sembro pretenziosa, ma di nuovo non mi importa).
Le piccole cose della vita che sono in realtà le grandi, cose della vita. La felicità che la gente cerca fuori da sé e che sembra si possa raggiungere solo una volta che i se e i ma sono stati eliminati, e che invece si scopre essere dentro di sé, nel qui e ora. Abramo e le grandi storie della Bibbia. Il modo esclusivamente ebreo di leggere il senso della realtà. Le relazioni, quei sottili e inevitabili cambiamenti, la loro sfuggevolezza e la loro ambiguità: e che cosa possiamo fare?

 

Ma per essere del tutto sincera con voi, come sapete che sono, mancava qualcosa.
Appena uscita era contentona ed entusiasta come sono sempre quando vado da qualche parte.
Ma poi mentre guidavo verso casa mi sono accorta che niente di quello che era stato detto mi si era incollato addosso o mi aveva lasciato un segno indelebile.
Ero la stessa di prima. Identica. Non era cambiato niente, neanche per poche ore.
E credo che il calore fosse quello che mancava.
Come se tutto avesse avuto luogo solo ad un livello intellettuale. Che va benissimo.
Ma a me non basta.
Non che non apprezzi, le sfide intellettuali. Le apprezzo e molto.
Ma mi manca il calore del cuore, quando viene lasciato da parte a favore della mente.

 

E oggi è settembre. Sì, lo era anche ieri, ma oggi sembra molto più settembre di ieri.
La qualità della luce, che comincia a non essere più così brillante. La dolcezza dell’aria, specialmente verso sera.
Come vestirsi?
Con colori soft, per cominciare: camicia bianca, gonna beige, espadrillas violette. E una giacca scura per creare uno stacco, una deviazione.

 

Vi piace?
A me sì.
E’#50chic?
Sempre!
 

Buona giornata!
Anna da Re

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