Una rete che produce tristezza. Il web è diventato questo?

Domenica scorsa sulla Lettura del Corriere della Sera si parlava del libro Nichilismo digitale di Geert Lovink. Il titolo “Questo web ci rende tristi” ha colpito molto, e per esempio su FB tra i miei amici ne ha scritto Federica Tronconi, persona molto sensibile e intelligente (che mi perdonerà se le ho rubato l’immagine), che ha colto un’eco della realtà molto forte e precisa.

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Cercherò di trovare il tempo di leggere Nichilismo digitale. Per il momento ho trovato interessante il dire chiaramente che il dominio delle piattaforme, ha snaturato la rete. Piattaforme e rete sono antitetici: la piattaforma è centralizzata e gestita dall’alto, la rete è per forza democratica e ugualitaria. Ma il nostro web, che crediamo una rete, è fatto di piattaforme: Google, Facebook, che sono i sovrani del “capitalismo della sorveglianza”.  La pubblicità che ci rende gratuito l’utilizzo della piattaforma è uno dei tanti modi per controllare quello che scriviamo, facciamo, pensiamo.

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Poi ci sono altre considerazioni. La rete contiene quello che ci mettiamo. Se scriviamo scemenze giusto perché generano una reazione, sarà difficile che il web diventi intelligente. Se ci buttiamo dentro la rabbia casuale che proviamo, se non rileggiamo quello che scriviamo, se non taciamo quando è necessario (un bel tacer non fu mai scritto, diceva mia mamma), insomma se lo usiamo come una pattumiera sarà per forza pieno di spazzatura.

Poi nell’articolo mi ha colpito un’altra affermazione: la “perdita diffusa di abilità tecniche tra le gente” e il fatto che la “dipendenza da smartphone” non è una malattia. Non siamo dei pazienti che devono essere curati, o magari in qualche caso sì, ma in generale è il sistema che non funziona. E più che curarci, dobbiamo imparare e capire, e riprenderci i dati e la vita che abbiamo illusoriamente ceduto alle piattaforme.

Direte voi, e tu? Io le piattaforme le uso, certo, anche perché al momento non c’è un altro modo di usare la rete. Ma come non ho mai pensato che il mondo virtuale potesse essere meglio di quello reale, così non mi sono mia aspettata dalla rete quello che non mi poteva dare, e non ci ho messo cose che non pensavo avessero un senso.

E credo che siano i libri, le persone che li scrivono e poi quelli che li leggono, credo che siano i libri e la cultura e la riflessione e lo studio e la ricerca, che ci rendono liberi.

E voi? Che ne pensate?

Intanto buona giornata!

Anna da Re

 

Una risposta a “Una rete che produce tristezza. Il web è diventato questo?”

  1. Avatar Paola Bortolani

    La “piazza virtuale” è il bar dell’angolo, dove ognuno spara la prima cosa che gli viene in mente. Il problema è l’amplificazione, anche indotta, che arriva molto più lontano del bar. Per le cose serie, si cercano le fonti serie. Ma bisogna volerle e saperle cercare

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Sono Anna

Benvenuti su ChicAfterFifty. Nato 10 anni fa come blog di moda per signore, appunto after fifty. Dopo la pandemia la moda non mi è più sembrata così importante. E allora parlo di libri, di ambiente, di posti belli, di cose belle.

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