#iorestoacasa giorno 6. Ricordi e storie di famiglia

Di solito non scrivo di sabato. Ma un diario non è che può avere dei buchi, o che il giorno 6 non è davvero il giorno 6 perché in mezzo c’è stato il weekend. Così vi ammorbo anche oggi con i miei pensieri. Abbiate pazienza, e in fondo potete sempre limitarvi a leggere il titolo del post su Facebook e mettere un like così, perchè in fondo un like non si nega a nessuno.

Fine dei preamboli. E inizio dei ricordi. Perchè non so a voi, ma a me stare a casa mi fa ritornare in mente un sacco di cose di gioventù. Complice l’età, che dopo i fifty pare si dimentichi quello che si è mangiato il giorno prima ma ci si ricorda il cibo preferito di quando si era piccoli.

L’estate prima di andare in quarta ginnasio abbiamo traslocato. Che non era un evento, si traslocava ogni due o tre anni e tutto sommato il vizio mi è rimasto (ho contato 18 case in cui ho abitato, e anche se non sono più una giovinetta il numero è interessante). Siamo andati in una casa molto bella, a Pisa. Una delle case che ho amato di più, tra tutte quelle che ho abitato.

La stanza dove stavo con mia sorella aveva un balcone che affacciava sulla strada, una strada larga e molto poco frequentata. Stavamo al quinto piano, e nel palazzo di fronte abitava una ragazza, presumo con la famiglia, ma credo che il balcone su cui la vedevo fosse quello della sua stanza e non ci si vedeva mai nessun altro. Questa ragazza si cambiava di vestito più volte al giorno, e usciva sul balcone ogni poche ore, sempre con qualcosa di diverso addosso. Era uno spettacolo meraviglioso. Io che avevo pochi vestiti ma avrei ambito ad averne tantissimi, che dovevo portare le stesse cose almeno un paio di giorni perchè mica si poteva lavare in continuazione e poi chissà mai cosa si sporcava uno se appena appena stava attento, io la guardavo incantata. Ai tempi ci vedevo abbastanza bene e, anche se mi sfuggivano i dettagli, l’effetto lo notavo.

Verso la fine del pomeriggio arrivava il fidanzato, la ragazza si affacciava per controllare, e poi scompariva, fino al giorno dopo, in cui si ripeteva la stessa scena. Con mia sorella, mia mamma e le due ragazze del piano di sopra, Alessandra e Giovanna, che avevano coniato lo splendido verbo “falcheggiare” per questa attività di guardare con interesse e competenza dai balconi, ci siamo chieste come mai ci mettesse tutto il pomeriggio a prepararsi, come mai non studiasse, come facesse ad avere tutti quei vestiti. Ma non abbiamo mai trovato le risposte. Credo che poco dopo si sia trasferita, e i nostri falcheggiamenti si sono concentrati su altro.

Mi è venuta in mente questa storia, perché era dai tempi del liceo che non passavo intere giornate a casa. Anche se andavo a scuola, facevo sport, andavo a studiare dalla mia amica, il fine settimana si andava in montagna o a San Rossore o in gita da qualche parte, la vita ruotava intorno alla casa.

Mi è venuta in mente anche perché mi viene normale, la mattina, vestirmi come se andassi in ufficio, poi mettermi la tuta quando esco a camminare, e rivestirmi quando ritorno a casa. Mi viene normale vestirmi ogni giorno in un modo diverso…

Che altro? Buon sabato casalingo!

Anna da Re

 

 

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