#iorestoacasa giorno 60. Di tempo, vecchiaia, mandarini e dilemmi morali

Ho letto un articolo di Adriano Sofri su Il Foglio, ieri, che mi ha colpito e mi è rimasto in testa. Si intitola “È ora di trasferire nella discussione pubblica il dibattito del vecchio mandarino”. Ovviamente un titolo così non poteva non incuriosirmi.

La prima cosa che ho scoperto è il dilemma, che non conoscevo ed è questo: “Se tu potessi, con il solo tuo desiderio, rimanendo qui, a casa tua, uccidere un uomo in Cina ed ereditare le sue ricchezze con la certezza assoluta che nessuno ne saprebbe nulla, consentiresti a formulare quel desiderio?”. Questa è la formulazione di Chateaubriand, ma è una di quelle cose che sono state poi riprese infinite volte e da numerosi studiosi, ultimo Carlo Ginzburg da cui appunto Adriano Sofri parte.

Il dilemma è molto attuale, purtroppo, vista l’emergenza Coronavirus che, nonostante siamo entrati nella Fase 2, peraltro non troppo diversa dalla Fase 1, è ancora tra noi e non ha intenzione di andarsene tanto in fretta.

Sul fatto che le persone vecchie si ammalano di più, come d’altro canto anche i poveri, gli emarginati, i reietti che le nostre società fanno finta di non vedere ma ci sono in abbondanza, beh, questo è abbastanza evidente e per capirlo basta il buon senso.

Sul fatto che una vita umana valga tanto quanto un altra, ecco qui ci sono stati varie opinioni più o meno sgradevoli, più o meno sciocche e più o meno improvvisate.

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L’età, come si sa, non è una scelta. Molte altre cose non lo sono, e la maggior parte lo sono solo in parte. Ma sull’età proprio non c’è intervento che si possa fare. Anche quelli che cercano di allungarsi la vita fino a vivere in eterno, indietro a quando erano giovani non possono tornare.

L’età è anche un fatto di percezione. L’anima non invecchia, per esempio, come il corpo, e quindi c’è sempre una sfasatura tra l’età che ci si sente e quella che l’anagrafe ci attribuisce.

L’età complica la vita e la semplifica al tempo stesso, ma molto ovviamente dipende da come si sta, fisicamente, economicamente, psicologicamente, lavorativamente o pensionativamente, e da chi ci circonda, famiglia, amici, vicini, animali. Insomma fare di tutte le erbe un fascio non ha mai giovato a capire e agire.

Ma che l’età diventi la discriminante per decidere chi ha diritto a sopravvivvere al coronavirus e chi no, questo ricorda il dilemma del mandarino. A cui la risposta è una sola, ed è no. Anche se il mandarino fosse il peggiore dei peggiori, anche se fosse senza eredi, se morisse senza soffrire, il solo formulare il desiderio che muoia è un assassinio. Senza se e senza ma.

Come scrive Chateubriand molto meglio di me: “Ebbene, per quanto mi sforzi di ridimensionare ai miei occhi codesto ipotetico assassinio, supponendo che, per mio stesso desiderio, il povero cinese muoia improvvisamente e senza dolore; che egli non abbia eredi, e che, venendo egli a morire, i suoi beni siano perduti anche per lo stato; per quanto mi raffiguri codesto straniero a me ignoto come oppresso da acciacchi e da dolori; per quanto mi dica che perciò la morte diverrebbe per lui quasi una liberazione e un bene; che egli stesso la invocherebbe, che nel momento in cui io formulassi il mio criminoso desiderio egli avrebbe comunque solo pochi istanti da vivere; ho un bel dirmi tutto questo: malgrado tutti i miei sotterfugi, sento nel profondo del cuore una voce che grida con tanta forza contro il solo pensiero di una simile supposizione, da non lasciarmi ombra di dubbio sulla realtà della coscienza”.

Per di più, una società in cui le persone possono invecchiare, che vuol dire che possono vivere a lungo, e a lungo essere utili seppure non necessariamente produttive in senso strettamente economico, è una società migliore di quelle in cui a invecchiare non ci si arriva. E abbiamo applaudito il progresso fino ad ora, in questo senso. Non sarà un virus a farci tornare indietro, spero!

Buona giornata!

Anna da Re

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