Benvenuti alla mia scrivania. Dove appunto scrivo (i post, gli articoli, note e cose varie), preparo gli speciali, penso e lavoro. A Monza

Avete ragione, non ci sono andata, all'Apple store. Non ho aggiustato il telecomando, il Bluetooth o altro. Per cui continua la visita a casa mia. Con un altro pezzo di storia di famiglia. Leggete se vi va
 

Ecco la mia scrivania, proprio all’inizio del soggiorno. Fa parte del soggiorno? Sì, perché se il soggiorno è la living room per me scrivere e vivere sono abbastanza la stessa cosa.
Lo so che sembra una frase da scrittore, e io non sono uno scrittore.
E neppure una scrittrice.
Però scrivo molto.
Quando devo chiarirmi le idee scrivo.
Quando voglio ricordarmi qualcosa lo scrivo.
Quando non sono a mio agio con me stessa scrivo.
Quando sto pensando a un nuovo progetto lo scrivo.

 

Adoro questa scrivania. Era della mia zia Neva. Strano nome, eh? Era la sorella di mia madre. Insegnante di matematica. Camminatrice e amante della montagna.

La scrivania stava nel suo studio, e di solito c’era sopra una pila di compiti in classe, corretti o da correggere. Impilati in ordine, e quando corretti, corretti con ordine e matita rossa e blu: il lato rosso era per gli errori banali e il blu per quelli gravi. C’era un portamatite, sulla scrivania, e in genere nient’altro. La superficie di vetro brillava.
Lo studio era una stanza piccola ma luminosissima grazie a una grande finestra. C’erano un armadio, una libreria, la scrivania e una sedia. Era un luogo silenzioso e calmo, una specie di santuario. Non era un posto dove potevamo andare, da bambini, tranne che a studiare. Ma era inaccessibile in un modo buono, non minaccioso. Era inaccessibile perché aveva una dignità superiore, un significato più alto. Incuteva rispetto, non paura. L’ho sempre amato, quello studio, e non ci sarei mai andata a giocare. Era bello così, immacolato, lindo, ordinato.

 

Quando ho disfatto la casa di mia zia non potevo tenere molte cose. Ma quella scrivania, quella l’avrei tenuta ad ogni costo. E infatti l’ho lasciata nella cantina di mia madre, all’inizio, non avendo altro spazio.

 

Non è grande, come scrivania, ma non vi dico la fatica che abbiamo fatto, io e mia sorella, a portarla giù per  le scale strette e ripide della cantina. Per non parlare di quando poi l’abbiamo portata nella casa di via Goldoni (dove è rimasta in cucina, dall’altro lato rispetto al blocco cucina, per cui non si vedeva mai nei #selfieinthekitchen): il cancello principale era così stretto che siamo rimaste incastrate, e se non fosse stato per il portinaio che ha sentito il trambusto e ci è venuto in soccorso con un altro tizio, saremmo ancora lì. E invece portinaio e socio hanno tolto il top di vetro, se la sono caricata sulle spalle e si sono fatti quattro piani di scale senza fare un plissé!
Ma che risate! L’abbiamo raccontato a tutti, amici parenti e conoscenti, e ogni volta ci sbellicavamo dal ridere!

 

E ora la scrivania ha trovato la sua nuova casa. Mi sembra molto contenta. Credo che preferirebbe avere meno carte e meno cose sopra. Ma sa che non sono mia zia, non sono così ordinata e organizzata. E penso che in fondo mi prenda per quella che sono!

 

Il tempo è tornato grigio e piovoso, per cui sono tornata ai pantaloni neri cropped, con una T-shirt nera a maniche lunghe e un pullover fatto a mano, melange grigio e giallo. Più le Converse di pelle e il soprabito color ruggine.

 

Buona giornata!
Anna da Re

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