Della complessità di fare un’intervista e degli effetti collaterali di scrivere in inglese. A Monza

Avevo pianificato l'intervista a un giovane talentuoso stilista di Torino, Pietro Barbieri, per oggi. Poi ho scoperto che per scrivere l'intervista mi ci voleva più tempo. E allora vi scrivo un po' di pensieri sullo scrivere. E vi prometto che domani avrete l'intervista
 

Sapete che cosa si nasconde dietro a questo cancello così verde?
Non è una casa qualsiasi. E’ l’atelier di Pietro Barbieri, un giovane stilista torinese di gran talento.
Sono stata lì, ci ho passato il pomeriggio, chiacchierando molto piacevolmente di lavoro, di sfide e di inizi, di creatività e mercato, di moda e molto altro.

 

In effetti abbiamo chiacchierato così tanto che mi ci sta volendo un sacco di tempo per dare una struttura e una forma alla conversazione e scriverla.
Il che mi fa pensare quanto siano difficili le interviste, che pure ci sembrano semplici e naturali. Sono appunto una grande sfida (e per questo ne voglio fare ancora, ovviamente).

 

Di solito i miei post li scrivo prima in inglese. Dato che è l’italiano la mia madre lingua, non ho problemi a tradurre qualsiasi cosa abbia scritto. Mentre scrivere in inglese è molto più impegnativo.
E quindi per questa intervista (che leggerete domani, ve lo prometto) avevo deciso di fare il contrario, di scrivere prima l’italiano. Sapevo che la traduzione sarebbe stata difficile, ma ce l’avrei fatta.
E poi mi sono resa conto di una cosa peculiare dello scrivere in una lingua che non è la propria. Tempo fa in effetti avevo scritto un post su questo tema, forse ve lo ricordate, ma come dicevano i latini, “repetita juvant”.
C’è un tipo particolare di vincolo o costrizione nello scrivere in una lingua straniera. Magari è vero solo per l’inglese, non so. Ma l’effetto collaterale è che si è costretti a muoversi dentro una forma rigidamente e fortemente definita. che costringe ad organizzare il pensiero e il modo di esprimersi di conseguenza. Il che significa un bello sforzo, proprio di organizzazione, selezione e focalizzazione. Un processo faticoso ma molto efficace, secondo me, e pure necessario. D’altro canto si sa che i vincoli alimentano la creatività; basta pensare alla metrica per i poeti e chi scrive canzoni…

 

Ma non crediate che sia così intelligente e organizzata!
Ieri sera, dopo avere finalmente finito il testo inglese e avere cominciato la traduzione in italiano, verso mezzanotte ho deciso di smettere e di mandarmi il file via email per finire oggi all’intervallo. E dov’ero mentre mandavo questa email? O meglio quando sceglievo il file? Perché mi sono mandata un documento con il post del 28 febbraio… E questa è la ragione per cui sto blaterando del nulla invece di scrivere un vero post!

 

E come mi ero vestita per incontrare Pietro Barbieri?
Avevo i pantaloni cropped neri, una T-shirt bianca e un pulloverino nero.  Come mi sono sentita quando ho scoperto che a Pietro il nero proprio non piace? Beh, ho detto che in realtà di solito non mi vesto di nero… il che è abbastanza vero,no? Per fortuna avevo le scarpe psichedeliche, che hanno anche permesso a Pietro di riconoscermi quando è venuto a prendermi al Salone del Libro!

 

Buona giornata!
Anna da Re

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