#pandemia fase 2. Per favore, grazie, prego, scusi

C’era una volta l’educazione.

Quella cosa per cui fin da bambino ti insegnavano a dire per favore quando chiedevi qualcosa, grazie quando la ricevevi, scusi se ti sbagliavi a fare o dire qualcosa, e persino prego quando qualcuno ti aveva ringraziato. E secondo me lo insegnano ancora, i genitori. Solo che poi sembra che questi elementi così basici e basilari della convivenza tra esseri umani si perdano. La gente se li dimentica. Ha troppa fretta per perdere tempo in convenevoli.

È cominciato con le email e quindi un certo tempo fa. Siccome le email spesso sostituivano la comunicazione telefonica, le persone scrivevano quel che ti dovevano dire e basta. Al telefono ti avrebbero almeno detto ciao, o buongiorno, sarebbero stati costretti a dire chi erano e magari avrebbero aggiunto anche un come va?, soprattutto se ti dovevano chiedere un favore e volevano partire con il piede giusto. Ma in un’email, dai, il mittente si vede subito, perché sprecare tempo e spazio per dirti ciao buongiorno e chiudere con un grazie? Il mondo va veloce e noi di più, siamo multitasking per cui mentre scriviamo telefoniamo e mangiamo e progettiamo la prossima idea geniale.

E poi è arrivato Whatsapp. Che ha reso le email una cosa da vetuste signore e signori, oppure una formalità che serve alle aziende e nei casi in cui ci vuole una prova di quello che si è affermato. Uno scripta manent aggiornato ai tempi, insomma.

E su Whatsapp l’immediatezza è tutto. Da quando l’immediatezza è diventata un valore? Un valore assoluto e fondante per cui all’immediatezza sacrifichiamo tutto? La grammatica. La sintassi. La rilettura.

Per non parlare del correttore automatico. Quello che non contempla la e ma solo la è. Quello per cui ce n’è è un errore. Quello che conosce solo le parole che hai già usato e quando le metti dopo un apostrofo non le riconosce più. Quello che quando scrivi Che, subito dopo ci scrive Guevara (ricevevo dei messaggi da mia sorella, in cui spesso c’era Che Guevara e non capivo da dove usciva, e lei mi ha detto che appunto una volta aveva scritto Che Guevara e da allora per il correttore dopo Che ci andava sempre Guevara). Quello intelligente insomma.

Io sono una signora after fifty, una signora del secolo scorso e francamente i per favore e i grazie mi mancano. Ci sembravano una formalità, ma sotto ci stava della sostanza. Che spesso non era altro che la gentilezza di cui ora molti si fanno fautori e paladini. Ci si scrivono anche dei libri, sulla gentilezza, ed è chiaro che l’abbiamo perduta, perché se così non fosse non avrebbe senso parlarne.

Così nella mia predichetta di oggi, vi direi di prendervi un paio di minuti per rileggere i messaggi. E aggiungere un ciao all’inizio e un grazie alla fine. Magari dopo un po’ lo fa anche il vostro interlocutore. E si scopre che dire ciao o buongiorno all’inizio della comunicazione è come riconoscere l’esistenza di un altro oltre a noi. Che dire per favore è come riconoscere che stiamo chiedendo qualcosa. Che ringraziare è un po’ come respirare, non costa nulla ma genera energia (senza emissioni tossiche). Dopo un po’ diventa persino un’abitudine…

Grazie per avermi letto e buona giornata!

Anna da Re

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