Di specchi, lavoro, fretta e sorrisi. A Monza

Come ho scritto su IG stamattina, in casa mia specchiarsi era ritenuto un imperdonabile peccato di vanità. A me piaceva farlo, più per una necessità di controllo (come stavo crescendo, se il mio fisico era accettabile, com’ero in confronto agli altri) che non per ammirarmi. Quello proprio non mi passava neppure per l’anticamera del cervello. Però come tutti gli adolescenti non sapevo esprimermi, e se mi dicevano che ero vanesia lo subivo pensando che fosse ingiusto, come tantissime altre cose della mia vita.

Ora mi specchio senza problemi, e ritengo che guardarsi allo specchio sia un buon esercizio per conoscere se stessi, per salutarsi la mattina, per ricordarsi che ehi, oltre alle richieste di lavoro, oltre al Covid, oltre a tutte le sollecitazioni che ci manda il mondo esterno, ci siamo noi. Noi per noi siamo la partenza, e guai a dimenticarlo. E poi mi piace verificare se il modo in cui mi sento una volta vestita corrisponde all’aspetto esteriore. Se un paio di scarpe sta bene con un paio di pantaloni o una gonna. Se i pezzi si combinano nel modo voluto. Raramente devo togliere quello che ho aggiunto all’ultimo minuto, come consigliava Coco Chanel, perché sono sempre piuttosto minimalista.

E spesso sorrido, davanti allo specchio, e capita che sia un sorriso forzato, capita che sia spontaneo, capita che sia un giorno più bello e un giorno meno. A proposito di sorrisi: ieri mattina sono andata in ufficio e ho fatto il tampone, che ormai non si entra neppure se prima non ci si è fatti confermare di essere negativi, e la dottoressa che me l’ha fatto, che è molto carina e di mano delicata, mi ha detto di sorridere, che sorridendo si allargano le narici e il tampone fa meno male. E vi giuro che è vero!

Dopo di che il lavoro comincia a essere tanto e concitato, ieri penso di avere spedito 50 libri e vi assicuro che sono tanti, per ogni libro va incollata l’etichetta sulla busta e scritto il nome, poi va compilato un foglio che riporta di nuovo il nome e indirizzo come da etichetta, poi si mette il libro nella busta e si spilla la busta, moltiplicatelo per 50 e in mezzo metteteci messaggi via email whatsapp e instagram, telefonate e amenità varie, non ho certo trovato tempo per un post. Ma a quello ci siete abituati. Quello a cui non mi abituo io è la fretta. Fretta e bene non vanno insieme, ci dicevano mamma e nonni quando eravamo piccoli. E avevano perfettamente ragione. Io quando faccio le cose di fretta è come se non fossi presente in modo totale: come quando giocando a tennis prendo una pallina senza essere appoggiata sui piedi e non la spingo. E alle volte si è di fretta perché si è in ritardo, ma alle volte si è di fretta in modo automatico: potremmo fare con calma e non ci metteremmo molto di più, ma spesso non ci pensiamo e continuiamo a correre anche quando è del tutto inutile se non dannoso.

Immagino di non essere la sola…

Intanto buona giornata (oggi sono a casa e riesco a lavorare con calma, sono bella presente e sono pure riuscita a scrivere un post; se avessi modo di paragonare la redditività e l’efficienza di oggi con quella di ieri, credo che sarei pari)

Anna da Re

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